La Chiesa che soffre
«Cristiani di Terra Santa:a Betlemme torni la gioia»
Il messaggio di Natale del Patriarca latino Michel Sabbah: «Non c'è strada fuori dal dialogo e dalla convivenza»
Articolo di Luigi Geninazzi
(tratto dal quotidiano Avvenire di Martedì 23/12/2003)

«Parlano di pace e fanno la guerra». Il Patriarca della Chiesa latina in Terra Santa, Michel Sabbah, fotografa così la situazione che si è creata negli ultimi mesi in Medio Oriente. Una situazione di stallo dove si discute di prospettive di pace mentre va avanti una guerra strisciante. Dalla fine dell'estate gli attentati kamikaze contro civili israeliani hanno avuto una battuta d'arresto e l'assedio militare alle città palestinesi è stato tolto quasi dappertutto. Ma se andiamo a vedere quel che succede sul terreno, giorno dopo giorno, la pace è ancora lontana.

«La nostra vita continua ad essere sottomessa all'occupazione, alla violenza, all'umiliazione, alla paura e all'insicurezza» è la denuncia del Patriarca Sabbah. Eppure, nel tradizionale messaggio natalizio che ha presentato ieri alla stampa, risuona forte l'invito non solo alla speranza ma anche alla gioia cristiana che non può venire meno. Facendo eco alle parole del Papa ricorda che, nonostante tutte le difficoltà, la pace è possibile.
Il capo della Chiesa latina di Gerusalemme pronuncia il suo discorso con voce profonda, dapprima in arabo e poi in inglese. Alle sue spalle è ben visibile lo stemma patriarcale che recita "In pulchritudine pacis". Una bellezza che in questa terra martoriata è divenuta pressochè inafferrabile. Ma il cristiano non può disperare.

Chi sono infatti coloro che «parlano di pace e fanno la guerra»? Sono «i capi», i responsabili politici, spiega Sabbah, non i popoli. «In verità nessuno di loro vuole la guerra e il sangue: gli israeliani vogliono la sicurezza e i palestinesi chiedono la loro terra e la loro libertà». Dunque se la pace non c'è ancora, la colpa è dei politici di entrambe le parti che non danno ascolto alle «voci e iniziative che sollecitano un cambiamento dell'atteggiamento ufficiale». Il riferimento è all'accordo siglato a Ginevra da esponenti della società civile, sia israeliana che palestinese. Rispondendo alle domande dei giornalisti monsignor Sabbah precisa il suo pensiero: «l'accordo di Ginevra è la dimostrazione che quando c'è una reale volontà di pace le soluzioni si trovano. I nostri politici dovrebbero essere più sinceri quando parlano di pace. E, tanto per cominciare, dovrebbero dare credito l'uno all'altro e avere fiducia nella volontà di pace dell'interlocutore». Il Patriarca di Gerusalemme punta il dito sia contro Sharon che contro Arafat ed invoca un'altra logica, quella appunto che ha permesso l'accordo, di nessun valore legale ma di grande importanza psicologica, siglato ad inizio dicembre a Ginevra tra l'ex ministro israeliano Beilin e l'ex ministro palestinese Rabbo.

Come sua abitudine monsignor Sabbah non si sottrae alle domande, anche quelle più insidiose. Cosa pensa dei "gesti unilaterali di pace" preannunciati da Sharon nel suo ultimo discorso, qualora la "road map" si rivelasse un vicolo cieco? «La pace va costruita da tutte e due le parti - è la risposta secca del Patriarca -. Altrimenti che senso avrebbe? Uno non può fare la pace da solo». Dura la condanna della "barriera difensiva" (così la definisce il governo Sharon), che dovrebbe garantire la sicurezza degli israeliani dagli attacchi dei terroristi palestinesi. Monsignor Sabbah, nel suo messaggio natalizio, usa ben altri termini. «Il muro di separazione che si sta costruendo è una misura che allontana la pace e la rinvia fino a quando il muro cadrà e con esso cadranno i rancori che si annidano nei cuori». Parole di condanna anche per il fondamentalismo islamico e la sua logica insensata di morte. Il Patriarca Sabbah ci tiene a sottolineare che contro il terrorismo è stato sottoscritto poche settimane fa un documento comune fra le Chiese cristiane e vari esponenti islamici della società palestinese. «Facciamo parte dello stesso popolo. Abbiamo la stessa storia e lo stesso destino - conclude con accenti di speranza -. Non c'è altra strada al di fuori del dialogo e della convivenza. Noi facciamo la nostra parte. È piuttosto l'Occidente che dovrebbe interrogarsi seriamente sull'estremismo islamico e sulle sue radici sociali ed economiche».

Fonte: http://www.db.avvenire.it/pls/avvenire/ne_cn_avvenire.c_leggi_articolo?id=404957&id_pubblicazione=4

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